venerdì 6 febbraio 2009

Tetrapak da paura



Il Tetra pak è quello che comunemente identifichiamo col cartone per bevande, un tempo a forma di tetraedo, oggi sempre di più a forma di parallelepipedo. Più che un materiale, Tetra pak è un marchio e al tempo stesso il nome della multinazionale svedese che lo ha brevettato. Nel 2005 questo particolare tipo di imballaggio le ha procurato ricavi per 8 miliardi di euro.
Il tetrapak è un poliaccoppiato, formato da 3 strati sovrapposti di materiali diversi: carta, plastica e alluminio. Se l’ alimento non è a lunga conservazione il foglio di alluminio non è presente. Il materiale preponderante è la carta (74%) a cui segue la plastica PE (22%) e l’alluminio (4%).
Secondo l’azienda, il Tetra pak è un materiale totalmente riciclabile, ma ammesso e non concesso che lo sia veramente, di sicuro non serve per produrre nuove confezioni per le quali si usa materiale vergine. Mentre rimandiamo alle rispettive schede per un’analisi dell’impatto di ogni singolo materiale, ci sembrano importanti alcune considerazioni specifiche sulla carta. Secondo le dichiarazioni della multinazionale, la carta utilizzata proviene per il 75% dalle foreste svedesi che sono coltivate appositamente per quest’utilizzo. Il WWF ci fa sapere che : “La crescita nella domanda di carta è la principale responsabile della distruzione di foreste vergini. Nel migliore dei casi esse sono sostituite con piantagioni di tipo industriale, migliaia di ettari di terra con un solo tipo di albero che dà un duro colpo alla biodiversità vegetale e animale. La Svezia, ad esempio, si vanta di avere il 57% del proprio territorio coperto da foreste, ma dimentica di dire che il 95% sono costitituite da piantagioni industriali che hanno inflitto la perdita di 200 specie animali e vegetali, mentre altre 800 sono in via di estinzione.”1
Il Tetra Pak ha il vantaggio della leggerezza e il suo impatto produttivo regge bene il confronto con i contenitori in vetro. Ma ci sono molte ombre per quanto riguarda il riciclo.

Confronto tra Tetra Pak e vetro limitatamente ad alcuni parametri produttivi


Flacone Tetra Pak
Petrolio (millilitri) Acqua (litri) Gas serra (grammi)
capacità:1 litro
peso: 40 grammi

(di cui 29 carta, 9 polietilene 75 8,7 141
e 2 alluminio)


Bottiglia in vetro vergine 90 6,2 288
capacità:1litro
peso: 360 grammi

Bottiglia in vetro riciclata 67,5 3,6 180
capacità:1litro
peso: 360 grammi


Nel 2003 l’azienda ha siglato un protocollo di intesa con Comieco (il consorzio di filiera per la raccolta della carta e cartone) per avviare alla raccolta differenziata le confezioni di Tetra Pak.
Secondo il protocollo sono stati individuati tre modalità di raccolta:

  1. tramite i contenitori della carta con avvio al riciclo senza separazione (es.: Roma, Milano, Napoli, Modena);

  2. tramite i contenitori della carta con successiva separazione in un centro di selezione (es.: Reggio Emilia);

  3. tramite i contenitori del multimateriale con successiva separazione in un centro di selezione (es.: Firenze e gran parte della Toscana).

Indipendentemente dalla porta d’ingresso nel circuito differenziato, lo stabilimento di approdo del Tetra pak è la cartiera, che dovrebbe provvedere al recupero della cellulosa previa separazione della carta dagli strati di plastica e di alluminio. Ma il condizionale è d’obbligo perchè il processo di separazione è piuttosto complicato e dispendioso. Ecco quanto ha dichiarato al settimanale AltraEconomia Alberto De Mattia, direttore commerciale di Masotina, uno dei massimi gruppi di riciclo della carta da macero, in Italia e in Europa: “I cartoni delle bevande costituiscono una percentuale molto bassa della carta avviata al macero. Il costo dello smaltimento è troppo alto come quello della selezione. Quando il poliaccopiato arriva in cartiera è difficile separare la carta dagli strati di plastica o di metallo. La separazione avviene nel pulper ad opera dell’acqua che macera la carta, ma il Tetra Pak è notoriamente umido-resistente”. La conclusione è che la cellulosa estratta dalla carta poliaccoppiata non va oltre il 40%. Il resto costituisce scarto di lavorazione che finisce ancora una volta per essere bruciato. 2
Fin qui il destino del componente di carta. Ma che fine fanno i fogli di polietilene e di alluminio? Difficilmente riescono ad essere separati e dal loro sminuzzamento l’impresa ha messo a punto un nuovo materiale brevettato col nome Ecoallene®. Dal sito di Tetra pak, si apprende che può essere utilizzato per produrre gadget e oggettistica quali yo-yo, formine da spiaggia e normografi, fresbee, portachiavi, portatovaglioli, penne, portapenne e vasi.
In Italia sembra che ci sia una sola cartiera (Saci di Verona) che lavora il Tetra pak, riciclando di fatto il 20% del recuperato
3, ma questo basta per permettere alla multinazionale di farsi passare per un’azienda verde e di attribuire al suo prodotto alti meriti ambientali.
Conclusioni: Considerate le difficoltà legate al riciclaggio, a nostro avviso il Tetra pak è da considerare come terza scelta dopo il vetro, e l’acciaio, ma preferibile rispetto all’alluminio e alla plastica.


1 Nino D’Eugenio, TetraPak: una farsa ambientale. Pubblicato sul sito del WWF Padova, consultabile al dicembre 2007
2 Altreconomia, Monopolio Tetra Pak, 27 giugno 2006
3 Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo degli Imballaggi a base Cellulosica (Comieco), Dati Riciclo Cartoni per Bevande, 2005

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