sabato 16 agosto 2008

La Transizione si fa con la Decrescita

"Mi interessa molto il futuro:è li che passerò il resto della mia vita" Groucho Marx

L'alternativa di Totnes
(per trovare la prima città di transizione in Italia clicca qui
il blog di "un uomo di transizione" qui)

Una cittadina del Devon, Gran Bretagna, tenta la «transizione» verso una vita con meno petrolio. Altre seguono l'esempio: un diverso modello energetico e produttivo
di Geraldina Colotti (articolo completo qui)

Storia, cultura, bellezze naturali... Anche prima del 2005, c'erano molte buone ragioni per spingersi fino a Totnes, nel Devon, all'estremo sudovest del Regno unito. Ma da tre anni, questa cittadina lungo le rive del fiume Dart, tra le più ricche della gran Bretagna pur con solo 12.000 abitanti, offre anche un a sorta di «ritorno al futuro»: pompe a calore geotermico, grandi forni solari, mulini ad acqua o a vento come quelli di Don Chisciotte.Totnes è capofila del movimento delle Transition towns, le città «in transizione»: un esperimento di alternativa energetica e produttiva all'economia basata sui combustibili fossili. A ideare il progetto è stato il ricercatore universitario Rob Hopkins, che ha maturato l'idea durante i suoi corsi e l'ha formalizzata in un saggio dal titolo «Energy Descent Action Plan».Ecco un tassello di marca anglosassone al movimento della Decrescita felice. Hopkins - esperto di permacultura, la disciplina che insegna a progettare insediamenti umani in armonia naturale con gli ecosistemi-, ha messo a punto il progetto di «città in transizione» insieme agli studenti del Kinsale Further Education College. Louise Rooney, una sua allieva, ha poi sviluppato il concetto e ha presentato un piano per l'indipendenza energetica al Consiglio municipale della cittadina irlandese di Kinsale. Il Consiglio lo ha accolto e ha fornito anche un piccolo finanziamento di 5.000 euro.Da Kinsale e da Totnes, città natale di Hopkins, ha dunque preso avvio un esperimento ambientalista «dal basso» per sfuggire al mefistofelico patto tra l'umanità e il carbon fossile che, dopo averle permesso di vivere in preda al lusso e allo spreco, è tornato a esigere il prezzo dovuto: la discesa nel fuoco degli inferi, anticipate dalle temperature del pianeta e dalle analisi dei campioni di ghiaccio prelevati dall'Antartide, che rivelanoil più alto livello di anidride carbonica e metano (i due principali gas serra) riscontrati nell'atmosfera negli ultimi 650.000 anni. Si può fare, ha detto il gruppo di Hopkins, e in molti hanno raccolto la sfida.In rete, i Wiki si sono mobilitati; un blog italiano (www.ioelatransizione.wordpress.com) ha tradotto i punti chiave dell'articolato network (www.transitiontowns.org). Oggi, al movimento partecipa una cinquantina di agglomerati, dai villaggi ai distretti alle città vere e proprie. Da Totnes, dov'è tornato a vivere nel 2006, Hopkins rilascia interviste e spiega sorridente agli ospiti il piano di decrescita energetica per fare a meno del petrolio e dei suoi derivati: abitazioni a basso consumo energetico, generatori eolici e pannelli solari, orti per rendere autonoma la piccola produzione locale e ridurre l'inquinamento prodotto dai viaggi aerei per il trasporto di merci.Hopkins non è il prototipo del Donchisciotte visionario, ma un pragmatico quarantenne inglese che, preoccupato soprattutto per gli effetti della crisi legata al sistema del petrolio, ha deciso di fare qualcosa subito: «Ragionando fuori dallo schema corrente», sostiene Hopkins, «possiamo riconoscere che la fine dell'era di petrolio a basso costo è un'opportunità più che una minaccia, e progettare la futura era a bassa emissione di anidride carbonica come un'epoca fiorente, caratterizzata da flessibilità e abbondanza: un posto molto migliore in cui vivere dell'attuale epoca di consumo alienante basato sull'avidità, sulla guerra e sul mito di crescita infinita».Un rinascimento fondato sul riciclo, la riqualificazione di antichi mestieri e soprattutto sul principio di «resilienza» (dall'inglese resilience, rimbalzo, capacità di recupero): la strategia di adattamento attivo, propria degli organismi naturali, che consente di resistere ai mutamenti esterni e di autorigenerarsi. In questo spirito, Totnes si è anche dotata del Totnes Pound, una moneta autonoma che vale quanto una sterlina inglese, ma si può acquistare per 95 centesimi e la differenza costituisce un piccolo margine economico per chi l'acquista. Tutti i commercianti che aderiscono alla filosofia delle Transition towns accettano la banconota che circola in un ambito geografico limitato per consentire «alla ricchezza di rimanere nella comunità». L'esperienza di Totnes non è però nata dal nulla. Alla rete delle «città in transizione» aderiscono infatti esperienze di decrescita felice come il Cat (Centre for Alternative Technology), che ha già un lungo percorso alle spalle. A Machynlleth, nel Galles, in un centro isolato nel bosco a 3 km dal centro urbano, c'è un villaggio ecologico che occupa due ettari nel verde dalla metà degli anni '70. Ci vivono stabilmente 140 persone, mentre un gruppo di 15 si alterna per seguire corsi di addestramento pratico durante l'anno.«Al Cat - racconta Marta Carugati, che accompagna i corsi dell'associazione Paea - tutto viene posto su un piano dimostrativo, in un gioco continuo fra apprendimento e svago. I bambini apprendono dagli anziani come si coltiva un orto, o girano la leva di una struttura alta due metri che produce elettricità sfruttando il moto ondoso delle maree». Una piccola pompa a calore geotermico, azionata al contrario, mostra invece come si può rinfrescare la casa catturando il calore del suolo. Nel sud del mondo, con il calore geotermico si essicca il piretro o il legname, qui i bambini apprendono come impiegare i materiali naturali secondo le metodologie alternative. «A disposizione degli oltre 40.000 visitatori all'anno che passano dal centro - spiega ancora l'architetta di Paea - ci sono libri di impostazione pratica, utili per autoprodurre le cose di cui si parla e non per fare teoria». Il Cat propone perciò diverse attività informative e di consulenza: «Si insegna a realizzare edifici a basso consumo energetico con materiali interamente ecologici, privilegiando legno, terra cruda e balle di paglia». In certi casi, infatti, sostituire fonti fossili con rinnovabili non porta a nulla se non si isolano gli edifici «pieni di spifferi» o non si sostituisce «il sistema di riscaldamento che, nel tempo, non ha convenienza energetica».Ma per realizzare l'eccellenza di quella che viene definita «passivhaus» - una casa che per il riscaldamento sfrutta il calore necessario prodotto dalla luce solare che penetra dalle finestre, e quello emanato dalle persone che ci abitano - bisogna scontrarsi con gli interessi dei costruttori che non rispettano i requisiti energetici richiesti dalle pur deboli normative. Costruire case male è più economico che farle bene. «I costruttori lasciano nei solai la quantità prevista di materiale isolante ancora arrotolata, sapendo che nessuno controlla», racconta George Monbiot, ambientalista, attivista politico, giornalista noto per la sua pungente rubrica sul quotidiano The Guardian, nonché simpatizzante delle «città in transizione». Nel suo libro Calore, edito in Italia da Longanesi, spiega: «Mentre la domanda di energia nel Regno unito è aumentata del 7,3 per cento tra il 1990 e il 2003, nelle nostre case l'aumento è stato del 19 per cento. Complessivamente sono responsabili del 31 per cento dell'energia consumata in questo paese». L'82 per cento di questa energia è utilizzato per il riscaldamento degli ambienti e dell'acqua, «un valore - dice ancora Monbiot - che è aumentato del 36 per cento a partire dal 1970». Una casa «passiva» debitamente a norma consentirebbe invece di risparmiare circa tre quarti dell'energia consumata da una normale abitazione moderna di uguali dimensioni. In Norvegia e in Svezia, le abitazioni che rispettano le leggi sull'edilizia «utilizzano un quarto dell'energia delle abitazioni che rispettano le leggi in vigore in Inghilterra e in Galles».I tedeschi, che hanno inventato la casa passiva negli anni '80, sono più avanti. Da loro se ne contano circa 4.000. «I tedeschi - fa notare Marta Carugati, reduce da un viaggio presso il Centro per l'Energia e l'ambiente di Kronsberg, ad Hannover, esempio di edilizia popolare e a basso consumo - oggi costruiscono su larga scala, forniscono software per progetti di cantieristica e fabbriche. E, in termini di risparmio energetico, riescono a far quadrare i conti».LA FELICE VITA DELLA DECRESCITA Per farla finita con la «fede nel consumismo» e nella crescita che distrugge il pianeta, il movimento della decrescita si pone obiettivi politici di grande portata: trasformare strutture, rilocalizzare l'economia, rivedere i rapporti con il Sud che è stato trascinato in un vicolo cieco. Serge Latouche, Riccardo Petrella e Enrique Dussel tornano su questi temi in un piccolo libro dal titolo «La sfida della decrescita», edito da L'altrapagina.

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1 Commenti:

Anonymous Anonymous ha detto...

ottimo post...direi che appena uno ne avrà il tempo, non potrà farsi mancare una vacanzina in questa splendida cittadina... :)

PAOLO M

21 agosto 2008 alle ore 22:32  

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